Presepio napoletano

l'arte del presepe nel mondo

La storia del presepe

IL PRESEPE NAPOLETANO

Il presepe nasce come rappresentazione di alcuni passi del Vangelo relativi alla venuta al mondo del Salvatore. In particolare, vi trovano spazio Il Mistero , ovvero la nascita del Bambino, l' Annuncio, ovvero l'apparizione di un angelo ai pastori, l'adorazione dei Magi e il Diversorium, l'albergo dove Maria e Giuseppe avevano cercato invano riparo.

Il presepe napoletano può sembrare invece una cosa diversa. Altro non appare se non uno squarcio della Napoli del settecento. I volti, le attività, i costumi sono quelli dell'epoca, parti di una capitale affollata e variopinta.
Si fa quasi fatica a districarsi nella folla. Ma con uno sguardo più attento si possono individuare alcuni gruppi ben definiti.

Innanzitutto i protagonisti dell’ “Annuncio”, poveri pastori raggiunti dal messaggio divino della nascita del Redentore. E allora, ecco il “pastore che soffia sul fuoco”, quello “con la caprettina in mano”, Benino ( “il pastore che dorme” ), il “pastore della meraviglia” e quello “dell’adorazione”, lo “zampognaro” che suona e quello delle offerte. Così come è stato scritto, è una traduzione plastica “della Verità evangelica della Buona Novella annunciata ai poveri”.

Accanto ai pastori, i primi a ricevere l’Annuncio, il Mondo. Ecco quindi gli esotici I Re Magi in cammino per rendere omaggio al Redentore. Diverse le razze, diverse le età, diversi i simbolici doni dei tre sovrani : un simbolo dell’universalità e trasversalità della Salvezza significata della nascita del Bambino.Il presepe napoletano traduce questo messaggio usando le facce, gli abiti, gli esempi di “esotico”, che erano propri della Napoli del settecento, metropoli al centro di traffici e crocevia di mercanti e nobili viaggiatori, città popolata di schiavi medio-orientali e nordafricani. E allora il corteo dei re Magi si compone di servi, donne, palafrenieri, cavalli, cammelli ed elefanti, occasioni per mirabili esercitazioni di esotismo, in cui riecheggia il ricordo dell’epica visita degli ambasciatori tunisini a Napoli agli inizi del seicento, immortalati anche dai pennelli del Bonito.

Poco più in là il “Diversorium”, l’albergo dove l’umanità godereccia, ai limiti di una rabelaisiana fantasia, dà il destro per la rappresentazione di quanto di più squisito potesse offrirsi agli occhi di un popolano dell’epoca. Sui banchi, nei trionfi di formaggi e latticini di ogni tipo, varietà di pane meticolosamente diversificate ( “ammazzaruto”, “cuotto”, “niro”, “sereticcio”, “spagnuolo”, “francese”, etc. ) le freselle, i casatielli, i fiaschi di vino d’Ischia e Grieco, i tortani, gli agnelli squartati e pelati, i quarti di maiale e di bue.



E poi ancora le anatre uccise e appese, il castrato, i conigli, le frattaglie, il pesce in tutte le sue tipologie, gli arancini, gli struffoli, i cavolfiori, l’uva bianca e l’uva nera..... L’elenco potrebbe essere infinito, come il sogno di un popolano affamato, ma pago anche solo di rimirare queste delizie e di immaginarle sciogliersi in bocca. Intorno alle cibarie, tutta l’umanità e gli animali che avremmo potuto incontrare al mercato, sempre nella Napoli del tempo : i venditori, le massaie, le zingare che leggevano le mani tra i banchi, i giocatori di carte e di dadi, gli avventori della taverna, i cortei di cani, gatti, colombi. Ma anche vezzo esotico d’alto bordo, leoni, scimmiette e pavoni. In mezzo a questa folla indaffarata e coloratissima, il Praesepium. Un tempio, o meglio le rovine di un antico tempio. Le colonne, i resti di un frontone. Un omaggio a Pompei e a Paestum, appena ritrovate, e al gusto per le antichità classiche che allora conquistava i ceti alti, ma anche il simbolo di un paganesimo ormai in rovina, mentre si consuma il Mistero più grande mai avvenuto : la nascita di Dio. In quella scena così quotidiana ed affollata, il Mistero appare ancora di più come qualcosa di straordinario, eccezionale, fermato in un cono di luce divina. Un Miracolo, appunto: eccezionale nella sua differenza rispetto alla vita di ogni giorno, ma accessibile perché aperto alla vista e alla comprensione di chi quel quotidiano vive.

(fonte: Prof.ssa Adriana Bezzi da www.presepenapoletano.it)

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ORIGINE E SVILUPPO DEL PRESEPE ED IL PRESEPE NAPOLETANO

Le fonti storiche inerenti al presepe sono i Vangeli di Luca e di Matteo. Essi infatti narrano della nascita di Gesù, dell’annuncio ai pastori, dei Re Magi con le offerte. Anche gli scritti apocrifi (Protovangelo di Giacomo e il “Vangelo arabo dell’infanzia”) arricchirono la narrazione evangelica. Origene, poi (prima metà del III secolo), nella sua tredicesima omelia su Luca, aggiunse la presenza, nella stalla , del bue e dell’asinello. Sono, questi , gli elementi delle prime rappresentazioni paleocristiane della Natività e dell’Epifania. Cercare di stabilire quali delle tante rappresentazioni , quasi sempre a bassorilievo, comunque non a tutto tondo, sia la più antica, è solo mera vanità : merita tale vanto il bassorilievo del sarcofago di Adelphia e Valerio a Siracusa, oppure quello di Isacio, esarca armeno in Ravenna, o non piuttosto, il cimitero di S. Agnese a Roma, o l’Epifania con due Magi nelle catacombe di Pietro e Marcellino o quella con quattro Magi delle catacombe di Domitilla . Piuttosto, e a proposito dei Magi, è interessante annotare che il numero di costoro, alquanto vario, fu fissato in tre da S Leone Magno (V secolo) e che essi venivano considerati ciascuno come appartenente ad una delle tre razze umane, la semita, rappresentata dal Re giovane, la giapetica dal Re maturo, la camitica rappresentata dal Re moro. Tale simbolismo, oltre a dimostrare la partecipazione Universale alla Redenzione, non finisce qui : i tre Re, di età diversa , rappresenterebbero le età dell’uomo, i tre doni che essi portano, testimonierebbero, la regalità (l’oro), la divinità (l’incenso), l’umanità ( la mirra ) del Divino Bambino . Interessante sarà anche osservare che dal III-IV secolo fino al XIII , non poche rappresentazioni della Natività in bassorilievo esistenti in Italia presentano la Vergine distesa accanto al Bambino poggiato nella mangiatoia e costituiscono perciò una testimonianza dell’influenza esercitata , specie, nell’Italia mediterranea per diversi secoli dalla Chiesa di Oriente.
Infatti, in seguito alle polemiche della Chiesa di Antiochia e quella di Alessandria, cioè tra Nestorio il quale, tenendo distinte le due nature, divina ed umana di Cristo, sosteneva che Maria era Madre di Gesù-uomo e non di Gesù-Dio, e Cirillo, il quale, insisteva sulla divinità di Maria, ,risultò, in un primo momento, vincente la tesi di Nestorio che, per quanto solennemente condannata nel concilio di Efeso del 431, influenzò ancora per lunghi secoli i Paesi del Medio e lontano Oriente. Solo dopo il XIII secolo, con l’affermarsi del culto Mariano, per le elaborazioni teologiche di S.Tommaso e di S.Bonaventura, si ritenne che il parto della Vergine non poteva essere rappresentato come quello di una comune mortale : da allora Maria e Giuseppe vennero rappresentati in ginocchio, adoranti, mentre scomparivano dalle rappresentazioni anche le levatrici, la nutrice, Eva, la Sibilla, personaggi che avevano trovato spazio in tali raffigurazioni (vedi Sarcofago di Adelphia e Valerio del III e VI secolo a Siracusa ; il presepe di avorio della Cattedrale di Massimiano (546) a Ravenna ; il presepe scolpito nel 1268 da Niccolò Pisano sul pulpito del Duomo di Siena). Sin dai primi secoli dell’era cristiana dunque, la nascita di Gesù, evento centrale della redenzione del genere umano, fu raffigurata a mezzo di affreschi, bassorilievi e incisioni su pareti, sarcofaghi e formelle, inseriti in edifici del culto.
Tali testimonianze, numerosissime ed anche molto interessanti perché l’evoluzione della loro iconografia interesserà anche lo sviluppo del presepe, non possono essere considerate presepi. Nel corso dei secoli il termine presepe (oppure presepio dal latino”praesepe-praesepis” oppure “praesepium-praesepii” = greppia, mangiatoia e, in seguito, per traslato, stalla, grotta) è stato attribuito via via soltanto alle rappresentazioni plastiche a tutto tondo, sia della sola scena della Natività, sia a quelle alle quali, sono state aggiunte altre scene quali l’Adorazione dei pastori, l’Adorazione dei Magi, L’Annuncio ai pastori etc...
E’ infatti, fin dall’alto Medioevo , nelle Chiese e nelle Confraternite venivano allestite sotto forma di sacre-rappresentazioni, i vari episodi del ciclo : è dunque probabile che da esse si sia passati a rappresentazioni con figure scolpite. Ma nessun reperto di testimonianza scritta ci è giunta di opere a tutto tondo della Natività fino alla metà del XIII secolo. D’altra parte una sorta di embrione del presepe può essere individuata nelle “ tettoie” in legno rette da tronchi di albero che già Papa Liberio (352- 355) fece erigere a Roma nella, Basilica detta appunto , ma per altra motivazione, “S S.MARIA ad praesepe” e che oggi è nota come S. Maria Maggiore. Dunque una tettoia retta da tronchi d’albero, quasi lo schema essenziale di una stalla, posta davanti ad un altare presso il quale, il 24 dicembre di ogni anno veniva celebrata la Messa di mezzanotte. Altre “tettoie” furono erette in altre Chiese a Roma (S. Maria in Trastevere), a Napoli nella Chiesa di S. Maria della Rotonda, e certamente in altre Chiese di altre città. Si sa pure che Papa Gregorio II ( 731-734) fece sistemare sotto la tettoia di S. Maria Maggiore una statua d’oro della Madonna con il Bambino e che anche in altre chiese furono collocati sotto tali tettoie pitture o statue che ricordavano il Sacro Evento E’ tradizione, solo poeticamente e devozionalmente accettabile, che sia stato S. Francesco che “inventò” il presepe nella Santa notte di Greccio del 1223. In realtà, come è evidente per quanto detto finora, il presepe non ha una precisa data di “nascita”, ma si è andato formando attraverso vari usi, tradizioni, costumi, addobbi, pitture nelle chiese e nelle sacre rappresentazioni.
Il primo presepe con personaggi a tutto tondo è del 1283 e fu scolpito, su committenza di Papa Onofrio IV nel 1283. E’ un opera poderosa della quale rimangono, certamente scolpite da Arnolfo, soltanto cinque statue.
Il miracolo di Greccio ebbre certamente grande risonanza e potrebbe aver stimolato l’allestimento di presepi perché fuor di dubbio che l’Ordine Francescano fu il primo a favorirne la diffusione . A Napoli, dove i Francescani furono protetti dagli Angioini e fondarono conventi, un presepe che per ora cronologicamente è il secondo, fu quello donato dalla Regina Sancia nel 1340 alle Clarisse per la loro Chiesa appena costruita. Di tale presepe, a figure staccate, in legno, dipinte e miniate con motivi geometrici coevi, è giunta a noi soltanto la Madonna giacente (Museo di S. Martino Napoli). Di un altro presepe, successivo soltanto di pochi decenni, rimangono cinque figure staccate, a grandezza naturale, in legno, che recano la data del 1370 e che, intagliate da anonimi artisti bolognesi, furono poi splendidamente decorate da tal Simone de’Crocifissi. Esse sono custodite a Bologna.
Nella prima metà del ‘500 mentre si intravedono segni forieri di movimenti riformistici della cristianità, si verificò in tutta Italia un’intensa e artisticamente valida produzione di presepi, quasi tutti per chiesa. In Piemonte ed in Lombardia sacre rappresentazioni con statue in pietra a grandezza naturale e con scenografia saranno costruite nei Sacri Monti di Varallo e di Varese. Nel Duomo di Modena esiste tuttora il bellissimo presepe in terracotta di Antonio Begarelli (1527), oltre quello di Guido Mazzoni, detto “Il presepe della pappa”. Nelle Marche, a Piobbico (Urbino) e in Urbino stessa, sono custoditi due splendidi presepi dello scultore Federico Brandani. A Faenza, in quello stesso periodo, vennero creati, tra l’altro, “calamai a presepe” in ceramica colorata. A Leonessa (Rieti) “figulini” abruzzesi plasmarono un monumentale presepe con 26 statue, animali e cavalli, mentre in Puglia , ad opera dello scultore Stefano da Putignano, sorsero in chiese di varie località presepi con statue scolpite in pietra, ambientati in grotte costruite con rocce naturali e che costituiscono le uniche “scenografie”, alquanto simili tra loro , giunte fino a noi.
A Napoli la produzione della statuaria presepiale fu intensa e richiesta per chiese e per committenti anche spagnoli, ma oltre il presepe donato alle Clarisse dalla Regina Sancia, nel 1340 del quale, come detto innanzi, si conserva, tuttora, soltanto la Madonna giacente, nulla è giunto fino a noi.
L’arrivo a Napoli di Pietro e Giovanni Alemanno, originari dell’Italia del nord darà particolari impulso alla plastica lignaria presepiale. Molte furono le chiese per le quali Pietro, il padre, personalità artistica di notevole spessore, il figlio Giovanni e numerosi collaboratori scolpirono presepi completi costituiti da numerose figure. Il più antico fu scolpito nel 1478 per la Chiesa di S. Giovanni Carbonara. Le statue erano quarantuno, a grandezza quasi naturale dipinte da tal Francesco Fiore, erano disposte in un ampia e complessa scenografia (delle quali come di tutte le scenografie di presepi anche dei secoli successivi nulla è rimasto ed è possibile solo formularne ipotesi). Le statue giunte ai nostri tempi sono dodici e l’immagine dell’angelo soffiante di questo più antico presepe giunto ai nostri giorni è stato significativamente scelto dagli “ Amici del presepe di Napoli” come “logotipo” della Sezione.
Altro presepe dell’epoca e quello del Belverte tuttora parzialmente visibile nella Basilica di San Domenico Maggiore in Napoli .
Siamo, ora , in periodo rinascimentale e, primo tra tutti ricorderemo il presepe (1475) dello scultore Antonio Rossellino, custodito a Napoli nella Chiesa di S. Anna dei Lombardi. Si tratta di un vero gioiello: un altorilievo in candido marmo nel quale le figure si stagliano quasi a tutto tondo su uno sfondo-scenografia, ugualmente in marmo. La Madonna soavemente adorante, S. Giuseppe e gli stessi animali sono interpretati in atteggiamento naturale, non convenzionale.
Tra la fine del ‘400 e i primi decenni del secolo successivo lo scultore rinascimentale Giovanni Marigliano (1480-1558) più noto come Giovanni da Nola , tenne il primato a Napoli con la sua scuola di scultura. Eseguì in marmo statue, monumenti per vicerè, principi e nobili, per numerose chiese e per importanti edifici pubblici della città, opere tuttora visibili. Intagliò nel legno splendidi presepi anche con elementi paesistici (dei quali, nulla è rimasto), con statue lignee policrome, a grandezza naturale. Tuttora, nella chiesa di S. Maria del Parto a Margellina si possono ammirare cinque statue residue del presepe commissionatogli da Jacopo Sannazaro in occasione della pubblicazione del suo poema in latino : “De partu Virginis”.E’ tradizione che S. Gaetano da Thiene, fondatore dell’Ordine dei Chierici Teatini, venuto a Napoli nel 1534, abbia nutrito un vero culto per il presepe e che, anche se non ne esiste alcuna testimonianza scritta, vi abbia introdotto personaggi abbigliati secondo gli usi del tempo.
Alla fine del ‘500, in pieno clima controriformistico, Teatini, Francecani, Gesuiti e , poco dopo gli Scolopi, al fine di alimentare ed incrementare sempre più la fede, la pietà popolare, favorirono la diffusione del presepe. Si sa che i monasteri femminili fecero a gara per possedere il più bel presepe: le statue erano in legno, con occhi di vetro ma di grandezza di poco inferiore a quella solita.
Si sviluppa, cosi’ il presepe barocco che fu detto anche mobile perché veniva smontato e ricostruito ogni anno. Le monumentali statue a tutto tondo furono sostituiti da manichini in legno, anch’essi scolpiti da valenti artisti; i giunti a snodo consentivano di atteggiarli in vario modo, le statue erano di altezza inferiore, avevano parrucche, occhi di vetro, parti nude policromate, abiti.
In realtà il manichino in legno articolabile, era nato in Germania e furono i Gesuiti che, nel 1560 a Praga soltanto con una Natività e a Monaco di Baviera, nella Chiesa di S. Michele, nel 1605 con un intero complesso presepiale, diedero l’avvio a questo nuovo tipo di presepe. A tal proposito sarà utile aggiungere che i presepi dei Gesuiti erano concepiti in chiave didattico -liturgica perché erano poliscenici e riportavano diverse tappe della narrazione evangelica.
Sono pervenute ai nostri giorni soltanto notizie intorno alla scenografia di tali presepi. Essa divenne un elemento importantissimo, tenne sempre più conto di problemi inerenti la prospettiva, l’illuminazione per la quale si ricorreva a lampade, specchi e lamiere che, abilmente disposti o celati da finti damaschi, presentavano il presepe come una scena teatrale.
Oltre ai personaggi tradizionali comparvero gradualmente scene o spunti laici che nulla avevano in comune col sacro Evento: il mercato, la fontana, il cascinale, la taverna....Sono evidenti, dunque, i caratteri del barocco imperante: spettacolarità, senso del movimento, tendenza al naturalismo, che rappresentavano la realtà circostante e, più che ai canoni liturgici e delle opere sacre, si ispiravano a quelli estetici del tempo.
Innumerevoli furono gli scultori di importanti monumenti e statue di carattere civile e che si dedicarono anche alla scultura in legno di tali manichini : Pietro Ceraso, Giuseppe Picano, Domenico Di Nardo, Giacomo Colombo. Essi furono gli autori di un famoso presepe, a manichini a grandezza umana, che pare fosse stato donato dalla duchessa Orsini alla Chiesa di S.Maria in Portico.
Si tratta dell’unico presepe completo, a manichini, giunto fino ai nostri giorni, anche se purtroppo i manichini sono stati in vario modo e tempi rimaneggiati. E’ custodito nel Museo della Chiesa di S. Lorenzo Maggiore.
Il presepe barocco napoletano diede notevole impulso al presepe ligure per l’attività svolta a Genova dal napoletano Giacomo Colombo che vi si era trasferito. E ciò avvenne anche in Puglia e in Sicilia dove il presepe diventò “ mobile” con statue di misura ridotta, in terracotta, cartapesta, creta- cartapesta, o , addirittura, in materiali preziosi (in Sicilia: corallo, oro ).
Verso la fine del XVII secolo l’artista napoletano Michele Perrone, spinto dalla necessità di soddisfare una richiesta via via più numerosa ed estesa, ideò un manichino di altezza inferiore a quelli a snodo, con l’anima in filo di ferro dolce e ricoperto di stoppa e per il quale erano scolpiti in legno soltanto la testa e gli arti. Fu una innovazione importantissima perché , consentendo estrema mobilità e duttilità di atteggiamenti a ciascuna figura, conferiva veridicità, naturalezza alla scena di cui faceva parte e creava l’avvio al presepe rococò.
Furono le istanze rococò, il teatro, in particolare l’opera buffa, il realismo ed anche la moda e le spinte culturali del tempo, le molte componenti del presepe napoletano del settecento. La teatralità, già elemento essenziale del presepe barocco, diventò massima per l’estrema flessuosità del manichino di ferro e stoppa, per la tendenza a riprodurre nella scenografia e nelle scene, Napoli con le sue piazze, il suo mercato, i suoi concertini all’aperto, le sue taverne.
Il ‘700 fu il secolo d’oro dell’arte del presepe. Napoli , ridivenuta capitale di un Regno, in quello che fu il secolo dei lumi per il fiorire delle arti, della filosofia, dell’economia, del diritto, della cultura, fu una delle città europee più brillanti e proprio mentre l’illuminismo cercava di abbattere tutti i principi cristiani, fiorì l’arte del presepe, che, però , si è completamente laicizzato , essendosi arricchito di personaggi ed elementi che nulla o quasi hanno in comune con la sacra scena.
Il gruppo del Mistero viene ambientato in una grotta arricchita da resti in rovina di un tempio pagano, i personaggi indossano i costumi delle province del regno, siano essi mandriani, contadini, miseri, patrizi. Il presepe diventa specchio della vita quotidiana, con le miserie del popolo minuto e il fasto e lo splendore della nobiltà, l’arte supera, travalica la rappresentazione del mistero come era avvenuto fino a quel momento e anche le altre scene del complesso presepiale presentano mescolanze di sacro e di profano, confusione di epoche, intrusione di elementi esotici, simbolismo più o meno palese. Come il tempio in rovina accanto alla grotta, eco delle scoperte archeologiche del momento, starebbe ad indicare il trionfo del cristianesimo sul paganesimo, accanto agli Angeli che annunziano agli umili la nascita del Signore che li riscatterà dall’antico servaggio, vi sono gli ori, lo sfarzo delle vesti dei Magi, del loro seguito, della nobiltà.
Ciò poté avvenire grazie al rigoglioso fiorire di scultori quali G. Sammartino, e Lorenzo Vaccaro e di tanti altri quali L. Mosca, F. Celebrano, M. Bottiglieri, gli Ingaldi, N. Vassallo, solo per citarne alcuni, i quali, oltre che ad opere monumentali in marmo o materiali nobili per chiese ed edifici pubblici, non disdegnarono di scolpire nel legno o modellare in crete testine di pastori.
L’arte presepiale dette vita a sua volta, ad un vivace, diversificato artigianato. Accanto al lavoro creativo dei “maestri” nelle botteghe dove collaboravano allievi ed operai, ferveva l’operosità di artigiani specializzati: setifici con telai particolari, sarti, falegnami, cesellatori, argentieri, bardatori, ecc.
Fu il presepe napoletano del ‘700 secondo la definizione dello studioso Raffaello Causa, nel suo “IL PRESEPE CORTESE” : “....voce tipica della cultura artistica nella Napoli del ‘700.....il presepe che diremo “cortese” per differenziarlo dal vecchio presepe di chiesa... si rivela esperienza mondana, sostanzialmente disincantata e laica, giuoco alla moda della corte, dell’aristocrazia , dei ricchi borghesi.. disimpegno d’elite di cui si attendeva nelle ore sfaccendate del giorno..”. Ed appunto con il tramonto di questa società tanto raffinata e dal gusto bizzarro la favola del presepe settecentesco si conclude.
Con l’ascesa progressiva della borghesia, che sarà sempre più folta ed attiva, nacque, il pastore di terracotta, di varia qualità e misura, accessibile a tutte le borse ed in proporzione con scenografie dalle dimensioni sempre più ridotte. Il presepe , specchio della vita quotidiana, presenta ora una vita pullulante di interessi e di mestieri.
Quanto al carattere peculiare del presepe di oggi, occorre osservare che prevale la tendenza ad ispirarsi al ‘700 come al secolo d’oro del presepe (scenografia, pastori, animali, accessori. ), espressione del “bello” tout-court ; l’800 con la sua scenografia, specchio di una vita più reale e con i suoi pastori di terracotta ha numerosi seguaci, attenti particolarmente agli usi, mestieri, utensili, ora .....tramontati. Anche i “moderni” presepi in miniatura, i minipresepi, popolati da pastorini di qualche centimetro (= moschelle), ispirano eccellenti artisti ed artigiani d’arte e godono di particolari favori.
Nel corso del nostro secolo, segnato dalla tragedia di due conflitti mondiali, il presepe ha attraversato momenti di sopito interesse. Da circa trentanni sta vivendo un periodo particolarmente felice sia per l’attività di abili, fantasiosi artisti, artigiani, hobbysti, sia per l’interesse di collezionisti, di appassionati, di simpatizzanti, di folle di amanti del presepe che ogni anno in dicembre rinnovano l’antico rito di “andar per presepi”.

(fonte: Anna Aschettino da www.presepenapoletano.it)

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L'ARTE POPOLARE DEL PRESEPIO NELLA TRADIZIONE DI TESERO

I presepi, vecchi e recenti, e la collezione di pezzi legati alla Natività che figurano nella presente mostra, documentano e testimoniano una tradizione profondamente radicata nel paese del Tesero, tuttora viva e sentita.
Non si può stabilire con esattezza quando si sia affermata l'usanza di costruire il presepio nelle case, ma è certo che si tratta di un costume antico, legato alle particolari condizione ambientali, alla cultura, alle attività ed al gusto creativo della gente del posto.
Tesero è un paese di montagna, situato a mille metri di quota al centro della Val di Fiemme nel Trentino nord - orientale, e in questo piccolo mondo, che in passato non aveva facili e frequenti contatti con l'esterno, la vita si svolse pressoché immutata per secoli, seguendo il ritmo delle stagioni. La ricchezza dei boschi di conifere che rivestono i fianchi della valle, favorì presto lo sviluppo di varie attività legate alla lavorazione del legno e ad esse si dedicavano in larga misura gli uomini, integrando i magri proventi con la pratica di una povera agricoltura di pura sussistenza e con l'allevamento, lavori in cui erano aiutati e spesso sostituiti dalle donne e dai bambini. Erano numerosi infatti i segantini che in primavera lasciavano il paese per recarsi sulle segherie dell'Alto Adige e del Trentino e tornavano a casa nel tardo autunno. Il livello culturale della gente era modesto, ma tutti avevano una chiara conoscenza dei principali avvenimenti narrati nella Bibbia ed in particolare dei fatti riguardanti la vita di Gesù e della Madonna, perché l'istruzione religiosa era tenuta in grande considerazione, e questi argomenti, oltre ad essere trattati in chiesa e più tardi nella scuola, venivano sfruttati spesso anche in casa, accanto alle fiabe ed alle leggende, come oggetto di racconto ai piccoli, ed erano richiamati quotidianamente nella recita serale del rosario.
Le feste religiose erano celebrate con solennità, ma quella di Natale aveva un rilievo ed un sapore particolari, perché, oltre a portare un messaggio di pace e di speranza, ricordava un evento, quello della nascita, che era di per sé motivo di trepidazione e di gioia in ogni famiglia.
Ecco dunque che questa ricorrenza, anzi l'intero ciclo natalizio era atteso con ansia e, complice la stagione fredda che costringeva al chiuso, era sentita come la più grande festa familiare dell'anno, a cui tutti erano chiamati a partecipare nella casa, compresi gli animali della stalla, sui quali in quei giorni si invocava la benedizione del "dolce Bambin Gesù". Ed a sottolineare l'importanza ed il significato non poteva mancare un segno visibile e tangibile di immediata comprensione: la riproduzione plastica della scena della Natività, il "presepio".
Fin dall'autunno non pochi fra i segantini, i falegnami ed altri artigiani si improvvisavano scultori e nel tempo libero, con attrezzi semplici, ma funzionali - sgorbie, scalpelli, succhielli - lavoravano il legno del cembro, un'essenza facilmente reperibile in zona e particolarmente adatta all'intaglio, per ricavarne con infinita pazienza le figure. Nella realizzazione delle piccole statue seguivano le indicazioni offerte dal racconto evangelico e ricorrevano ai modelli offerti dall'esperienza quotidiana, che non era avara né di pastori né di animali, affidandosi per il resto alla fantasia ed a quel gusto creativo che è una caratteristica del posto. Spesso i pezzi meglio riusciti venivano riprodotti più volte dallo stesso autore o da autori diversi. Le figure venivano poi dipinte e riposte in attesa del Natale.
Alcuni giorni prima, della "stüa", la stanza di soggiorno rivestita di legno, aveva inizio l'allestimento del presepio. Si predisponeva allo scopo un tavolazzo rialzato, a volte di ampia superficie, che veniva ricoperto di muschio; al centro si collocava la capanna, costruita il più delle volte con scorza d'albero, e poi si distribuivano con religiosa cura le figure: il Bambino, Maria e Giuseppe, il bue e l'asinello nella stalla e tutt'intorno i pastori e le pecore. Non mancavano talvolta altri personaggi, ma di norma la composizione era semplice ed essenziale. Alla vigilia dell'epifania venivano aggiunte le figure dei Magi, che secondo la tradizione dovevano essere tre - Gaspare, Melchiorre e Baldassarre -, di razza e colore diverso, con il loro seguito di cavalli, cammelli ed elefanti, nella creazione dei quali gli autori davano sfogo alla loro fervida immaginazione.
In qualche caso al presepio vero e proprio facevano cornice altri gruppi che rappresentavano scene dell'infanzia di Cristo, come la presentazione al tempio, la strage degli innocenti, la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia.
Durante le feste natalizie grandi e piccoli passavano di casa in casa ad ammirare i presepi, tutti uguali eppure tutti diversi, motivo ogni anno di curiosità e d'interesse e stimolo ad un continuo rinnovamento nel solco di una costante tradizione.
Passata l'Epifania, "che tutte le feste porta via", le statue venivano riposte e le strutture smantellate in attesa del prossimo Natale.
Considerando la composizione dei presepi di Tesero e confrontando i vari pezzi della collezione alla luce di quanto si è detto, seppure in modo succinto ed incompleto, riguardo all'ambiente che li ha prodotti ed ai fini per cui venivano realizzati, può risultare facile la comprensione del loro valore e significato e l'individuazione delle caratteristiche peculiari che li contraddistinguono.
Non può, ad esempio, sfuggire il risalto che viene dato alla scena della Natività: essa è posta al centro e le statue , spesso meglio rifinite, rispettano sempre, anche nei costumi e nella disposizione, il racconto evangelico. È questo il cuore dell'opera, il motivo principale che la giustifica agli occhi dell'autore e dei fruitori e che rivela il fine prevalentemente pratico del presepio.
La altre figure sono intese come elementi di contorno e di supporto e in genere si armonizzano con la Nascita in un'atmosfera pacata e raccolta. Nello stesso tempo però e proprio in queste ultime che gli umili scultori danno libero sfogo al loro estro creativo, raggiungendo talvolta validi risultati sul piano estetico ed espressivo, pur non disponendo di quell'abilità tecnica che solo una scuola e una pratica assidua possono dare. Non mancano neppure le note di colore, seppure sobrie e contenute, che sono date dalle figure, dai costumi e dagli ornamenti dei Magi e del loro corteggio e, nei presepi più antichi che si conservano, risalenti al tardo Settecento ed all'inizio dell'Ottocento, dall'abbigliamento dei pastori presentati realisticamente nei costumi dell'epoca.
Nei presepi posteriori si avverte l'esigenza di una maggiore fedeltà storica ed anche i pastori vengono raffigurati in foggia orientale, mentre la scenografia è più curata con attenzione al rilievo ed allo sfondo.
La tipologia, però, non muta, come non muta nei più recenti di cui la collezione presenta alcuni esemplari, opera di artisti locali. La fattura rivela senza difficoltà la mano esperta dello scultore di professione ed anche il fine estetico, oltre che pratico dei manufatti; ma in essi troviamo confermati ed esaltati i caratteri tradizionali. E nell'espressione dei loro personaggi si legge ancora una volta l'estatico stupore di fronte al mistero della vita e della Redenzione che gli oscuri artigiani del passato hanno fissato con immediata espressione sul volto delle loro modeste statuine di legno dipinto.

(fonte: Paolo Deflorian da www.presepenapoletano.it)

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FEDE E CULTURA LAICA NEL PRESEPE NAPOLETANO DEL ‘700.

In una città, dove la costanza di applicarsi allo stesso tema, certo, non era di casa ; tra il finire del seicento e il primo ventennio dell’ottocento, si manifestò un fenomeno anomalo, un avvenimento senza altri riscontri nella storia di questo popolo. In un crescendo di espressione e qualità formale, che toccò l’apice tra il terzo e quarto ventennio del XVIII secolo, i napoletani di tutte le estrazioni sociali, allestivano presepi. E là, dove le condizioni economiche e l’impegno culturale esisteva, vennero costruiti complessi di tale interesse e pregio artistico, da essere riferiti dalle cronache del tempo, e annotati negli scritti dei viaggiatori stranieri che visitarono Napoli nel ‘700.
Perché tanta perseveranza ? Perché la rappresentazione plastica di questo evento religioso, messa in opera in tutto il mondo cattolico, si radicò e fiorì per un si lungo tempo ? Iniziamo col dire che questa costanza poteva sussistere e continuare solo se la spinta, la forza scatenante era genuina, e quale stimolo se non la fede, poteva esserne il vero impulso ?
La partecipazione alla nascita del Sacro Bambino era di tale intensità e così profondamente sentita che il desiderio di testimoniarne il momento metteva da parte l’ordine temporale degli eventi, ne sconvolgeva la logica, e non esitava a rappresentare " Il Mistero" nell’attualità della propria epoca, nel familiare paesaggio, tra la gente conosciuta e che si riconosceva nelle piccole figure vestite a festa, nel sogno diventato materia, nella visione globale di apparente realtà. Quale altra energia esisteva, per apportare nel presepe tanta verità ? quale potenza fiancheggiava la fede ?
Analizzando attentamente il tempo e l’ambiente dove gli eventi andavano a maturarsi, è utile ricordare che cresceva nell’uomo del ‘700 una sete di conoscenza, una autonomia di pensiero, una libertà di espressione, una curiosità di indagare la natura e la personalità dei propri simili.
Quindi, allo scenario rococò, condizionato dalle classi dominanti (stato, clero, e nobiltà), andava ad opporsi un segno ben diverso : il credo della borghesia. E stranamente, questa ostinazione a dissipare le tenebre, trovava a Napoli, nel fare i grandi presepi, terreno adatto alla semina. Come?
Certamente senza consapevolezza, inconsciamente, comunque quanto una possibile occasione di liberare la propria creatività, nel dare dimensione ad un magistero plastico teso alla rappresentazione del vero, minuziosamente descritto sia nelle vedute ispirate al reale, che in quelle di fantasia ; in complessità di paesaggi e di edifici restituiti con le loro vicende di piani, spigoli, di scorci; in una cronaca dell’ambiente resa con impeccabile verosimiglianza prospettica, allo scopo di stimolarne la spazialità. E i documenti atti ad avvalorare questa tesi esistono, sono le cronache e i manoscritti redatti nel ‘700. Sebbene di autori di diverse nazionalità, scritte nell’arco di cent’anni, con pareri ora lusinghieri ora denigratori (del presepe napoletano come genere); tutte le lettere hanno un denominatore comune: condividono il giudizio positivo di bontà, e resa ottica delle prospettive. Pareri che a rileggerli hanno un chiaro e inequivocabile riferimento diretto alle manifestazioni figurative del secolo.
Il presepe risentiva fortemente il "movimento del pensiero che tende a far chiaro", e nel quadro profondamente innovativo che andava sempre più affermandosi, volgeva la sua attenzione alla natura, e alla rappresentazione del vero, partecipando a stagioni immediate e documentarie, per valorizzare le realtà attuali sentite come parti integranti di un complesso mondo spirituale, cui l’artista partecipava direttamente.
E infatti, non a caso, il regista, il direttore del presepe era, quasi sempre, un borghese pittore o architetto ; comunque una personalità di cultura permeata dalla luce del secolo. Lume che, nell’ambiente napoletano, risultava opportunamente temperato da una salda coscienza storica e religiosa.
L’opera presepiale, nella sua complessità, non esauriva con la crescente attenzione verso il paesaggio, con la valorizzazione del reale, e con al cronaca di attualità, il suo contributo al movimento illuminista; vi aderiva ulteriormente con il più concreto e imponente catalogo plastico dell’epoca: dai prodotti della terra e del mare nostro (proposti in cera e terracotta policromata), ai manufatti, ai gioielli, agli strumenti musicali, alle armi, ed agli attrezzi della quotidianità (riprodotti in scala, nei materiali e nelle essenze originali); tutti degni di gareggiare, per la loro sterminata e completa tipologia, con le curiosità dell’Enciclopedia di Dideròt e D’Alembert, data alle stampe dal 1751.
Anche l’animalistica , resa in palpitanti modelli anatomici, spingeva la sua indagine a particolari momenti di vita e costituiva per quantità di specie e varietà di razze, una completa raccolta zoologica di animali domestici, arricchita ulteriormente da una vasta rappresentanza di bestie esotiche.
Nel crescendo di riflessioni verso la natura, non poteva mancare l’interesse per i valori individuali, e i sentimenti umani. Per il presepe, il più grande scultore del ‘700 napoletano, traduceva questi pregi in raffigurazioni plastiche, lasciandoci prove inequivocabili, singole opere d’arte cariche di tensioni, capaci di esprimere stati d’animo, passioni. E se i pastori di Giuseppe Sanmartino trovavano riscontro nel pensiero illuminista, non di meno questa aderenza era rilevabile nelle testine plasmate da Nicola Somma, Francesco Celebrano, Salvatore Franco e Lorenzo Mosca che, diversamente dal Maestro, volgevano la loro attenzione agli aspetti esteriori dell’uomo, allo studio della fisiognomica.
Sul volgere del secolo, il carattere illuminato andava spegnendosi, l’energia trainante si esauriva, e della macchina scenica rimaneva il ricordo; nostalgiche, successive, quanto ripetitive edizioni del passato. Le mutate condizioni politiche e sociali avevano indirettamente avviato il presepe su un percorso diverso ; ferma ai costumi e all’ambiente settecentesco, incapace di adeguarsi ai tempi, e non costituendo più l’allestimento, una profonda esigenza interiore l’opera, quel certo tipo di opera d’arte, cessava di esistere.
Il presepe napoletano del secolo d’oro, ricco di fede e di cultura laica, carico di simboli religiosi e di raffinate citazioni pittoriche, spesso confuso con altri allestimenti coevi e di fattura ottocentesca, cambiava spirito e iniziava a percorrere quella strada, quella deviazione già da tempo esistente che privilegiava il genere popolare, e la parodia. La crescita abnorme della "scena della taverna" (spettacolo dominante, centro fascinoso e ammaliatore, decisamente fuorviante la scelta del presepe) e il proliferare di figure affaccendate nel fare il proprio mestiere e vendere, vendere di tutto, tutto il pensabile e l’inimmaginabile, distoglievano l’attenzione dovuta alla "Sacra Famiglia", relegandola (delimitandone lo spazio). Questo corso diventava il favorito, e rompeva con il proprio incedere, l’unicità, la compattezza, la concettualità della grande macchina scenica, e si rivelava sempre più vicino al gusto delle masse, inclini al piacere per l’episodio, al riferimento di costume; evidenziando la mancanza di una regia sentita e motivata, capace di gestire la difficoltosa, polimaterica esistenza di paesaggi, pastori, e accessori; per mettere sempre più da parte quello che era stato il fulcro, la ragione unica di tanto allestimento: "Il Mistero"; che diventava oggettivamente, mero pretesto per tanta ostentazione.
Furono le idee giacobine dei francesi? Le rappresaglie del restaurato regno borbonico? O l’avvento di una nuova generazione di presepisti di limitata cultura e poca fede? Resta il fatto che i presepi non vennero più allestiti, e se pur vennero costruiti, avevano perduto quella marcia in più, quella spinta, che li aveva visti protagonisti nel ‘700 a Napoli.
Di questi grandi complessi non esiste nessuna immagine a ricordarli; le poche scarabattole e le campane di vetro (ancora integre del loro contenuto), non hanno per concezione e specificità d’uso, i riferimenti spaziali necessari alle macchine sceniche presepiali settecentesche. Tantomeno queste esaltazioni prospettiche sono rilevabili nel "forse" presepe Sdanghi conservato al Bayerisches National Museum di Monaco. Anche il "tardo" presepe Reale allestito nel 1844 nella Reggia di Caserta non possedeva qualità spaziali e partecipazione, come si può facilmente rilevare dalla lettura delle quattro tempere del Fergola a testimonianza ( ? ) dell’evento. La documentazione fotografica della seconda metà dell’ottocento e dell’inizio del novecento, illustra allestimenti alquanto banali, mentre risulta storicamente interessante per il paesaggio di mano dei pastori. Di segno inverso a tale iconografia, risulta infruttuosa per la ricerca di aderenze al pensiero illuminato, è il presepe Cuciniello. Messo in opera tra il 1887 e il 1889 nel Museo di San Martino (prescindendo dalle ragioni relative alla sua installazione, e il fuori tempo di almeno cento anni); credo, possa essere considerato un esempio, l’unico riferimento valido al carattere della grande stagione presepiale settecentesca. Supportano questa tesi: le ampie e ingannevoli prospettive; le scelte tipologie e i legami tra i pastori - attori; e la corale partecipazione del collettivo (ambiente e figur ), al non accantonato "Mistero".
L’opportunità di utilizzare figure presepiali vecchie di centinaia d’anni, è una discutibile operazione artistica; proprio per l’unione di due concezioni tanto distanti tra loro: i pastori, ideati e costruiti in una data epoca e sotto l’influsso di quel determinato pensiero; e la scenografia, realizzata in un momento decisamente diverso che non riflette le idee del proprio tempo, e si conforma (attuando un prodotto di maniera), a una passata, esausta corrente espressiva.
Posizione discutibile, se vista in questo momento di transizione, dove la manipolazione del componimento artistico di autori del passato è sempre più attuata, favorendo un processo che vanifica la stessa concezione storica dell’opera d’arte.
Al di la di questa o quell’altra posizione critica, esiste ugualmente la massima libertà di fare e disfare; quindi, se un collezionista vuole impiegare la sua raccolta di figure per allestire il presepe, se desidera togliere dal forzato esilio in teche e vetrine i pastori, gli animali, e le tante piccole cose accessorie per dare forma al suo disegno, sarà, sotto certi aspetti un’operazione antistorica. Comunque.......
Ripetere quell’esperienza lontana è una impresa notevole, coraggiosa, e certo di non facile realizzazione. Una costruzione di grandi dimensioni da tenere ferma lì, fissa , sempre presente, premette valutazioni e scelte sicure, senza ripensamenti. Così, volendo riprovarci, come accadeva nel secolo d’oro, ancora oggi alle soglie del duemila, è indispensabile (se la concezione del "masso" non è dello stesso collezionista), l’incontro di due precise personalità: committente e regista. La consapevolezza di affidare l’esecuzione del progetto e la relativa edificazione, senza intromissioni, a una individualità eclettica, sospesa tra arte e mestiere, praticante la pittura, la scenografia, il teatro, e, non ultima, l’effettiva capacità organizzativa di amalgamare la complicata, molteplice realtà delle partecipazioni, per un’unica lettura d’insieme; è la necessaria premessa per la riuscita del lavoro.

(fonte: Prof. Giuseppe Gaeta da www.presepenapoletano.it)

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