La storia del presepe
Il presepe nasce come rappresentazione di alcuni passi del Vangelo relativi alla venuta al mondo del Salvatore. In particolare, vi trovano spazio Il Mistero , ovvero la nascita del Bambino, l' Annuncio, ovvero l'apparizione di un angelo ai pastori, l'adorazione dei Magi e il Diversorium, l'albergo dove Maria e Giuseppe avevano cercato invano riparo.
Il presepe napoletano può sembrare
invece una cosa diversa. Altro non appare se non uno
squarcio della Napoli del settecento. I volti, le
attività, i costumi sono quelli dell'epoca, parti di
una capitale affollata e variopinta.
Si fa quasi fatica a districarsi nella folla. Ma con uno
sguardo più attento si possono individuare alcuni
gruppi ben definiti.

Innanzitutto i protagonisti dell’ “Annuncio”, poveri pastori raggiunti dal messaggio divino della nascita del Redentore. E allora, ecco il “pastore che soffia sul fuoco”, quello “con la caprettina in mano”, Benino ( “il pastore che dorme” ), il “pastore della meraviglia” e quello “dell’adorazione”, lo “zampognaro” che suona e quello delle offerte. Così come è stato scritto, è una traduzione plastica “della Verità evangelica della Buona Novella annunciata ai poveri”.
Accanto ai pastori, i primi a ricevere l’Annuncio, il Mondo. Ecco quindi gli esotici I Re Magi in cammino per rendere omaggio al Redentore. Diverse le razze, diverse le età, diversi i simbolici doni dei tre sovrani : un simbolo dell’universalità e trasversalità della Salvezza significata della nascita del Bambino.Il presepe napoletano traduce questo messaggio usando le facce, gli abiti, gli esempi di “esotico”, che erano propri della Napoli del settecento, metropoli al centro di traffici e crocevia di mercanti e nobili viaggiatori, città popolata di schiavi medio-orientali e nordafricani. E allora il corteo dei re Magi si compone di servi, donne, palafrenieri, cavalli, cammelli ed elefanti, occasioni per mirabili esercitazioni di esotismo, in cui riecheggia il ricordo dell’epica visita degli ambasciatori tunisini a Napoli agli inizi del seicento, immortalati anche dai pennelli del Bonito.
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Poco più in là il “Diversorium”, l’albergo dove l’umanità godereccia, ai limiti di una rabelaisiana fantasia, dà il destro per la rappresentazione di quanto di più squisito potesse offrirsi agli occhi di un popolano dell’epoca. Sui banchi, nei trionfi di formaggi e latticini di ogni tipo, varietà di pane meticolosamente diversificate ( “ammazzaruto”, “cuotto”, “niro”, “sereticcio”, “spagnuolo”, “francese”, etc. ) le freselle, i casatielli, i fiaschi di vino d’Ischia e Grieco, i tortani, gli agnelli squartati e pelati, i quarti di maiale e di bue.

E poi ancora le anatre uccise e appese, il castrato, i
conigli, le frattaglie, il pesce in tutte le sue
tipologie, gli arancini, gli struffoli, i cavolfiori,
l’uva bianca e l’uva nera..... L’elenco potrebbe
essere infinito, come il sogno di un popolano affamato,
ma pago anche solo di rimirare queste delizie e di
immaginarle sciogliersi in bocca. Intorno alle cibarie,
tutta l’umanità e gli animali che avremmo potuto
incontrare al mercato, sempre nella Napoli del tempo :
i venditori, le massaie, le zingare che leggevano le
mani tra i banchi, i giocatori di carte e di dadi, gli
avventori della taverna, i cortei di cani, gatti,
colombi. Ma anche vezzo esotico d’alto bordo, leoni,
scimmiette e pavoni. In mezzo a questa folla indaffarata
e coloratissima, il Praesepium. Un tempio, o meglio le
rovine di un antico tempio. Le colonne, i resti di un
frontone. Un omaggio a Pompei e a Paestum, appena
ritrovate, e al gusto per le antichità classiche che
allora conquistava i ceti alti, ma anche il simbolo di
un paganesimo ormai in rovina, mentre si consuma il
Mistero più grande mai avvenuto : la nascita di
Dio. In quella scena così quotidiana ed affollata, il
Mistero appare ancora di più come qualcosa di
straordinario, eccezionale, fermato in un cono di luce
divina. Un Miracolo, appunto: eccezionale nella sua
differenza rispetto alla vita di ogni giorno, ma
accessibile perché aperto alla vista e alla
comprensione di chi quel quotidiano vive.
(fonte: Prof.ssa Adriana Bezzi da www.presepenapoletano.it)
ORIGINE
E SVILUPPO DEL PRESEPE ED IL PRESEPE NAPOLETANO
Le fonti storiche inerenti al presepe sono i Vangeli di
Luca e di Matteo. Essi infatti narrano della nascita di
Gesù, dell’annuncio ai pastori, dei Re Magi con le
offerte. Anche gli scritti apocrifi (Protovangelo di
Giacomo e il “Vangelo arabo dell’infanzia”)
arricchirono la narrazione evangelica. Origene, poi
(prima metà del III secolo), nella sua tredicesima
omelia su Luca, aggiunse la presenza, nella stalla , del
bue e dell’asinello. Sono, questi , gli elementi delle
prime rappresentazioni paleocristiane della Natività e
dell’Epifania. Cercare di stabilire quali delle tante
rappresentazioni , quasi sempre a bassorilievo,
comunque non a tutto tondo, sia la più antica, è solo
mera vanità : merita tale vanto il bassorilievo
del sarcofago di Adelphia e Valerio a Siracusa, oppure
quello di Isacio, esarca armeno in Ravenna, o non
piuttosto, il cimitero di S. Agnese a Roma, o
l’Epifania con due Magi nelle catacombe di Pietro e
Marcellino o quella con quattro Magi delle catacombe di
Domitilla . Piuttosto, e a proposito dei Magi, è
interessante annotare che il numero di costoro, alquanto
vario, fu fissato in tre da S Leone Magno (V secolo) e
che essi venivano considerati ciascuno come appartenente
ad una delle tre razze umane, la semita, rappresentata
dal Re giovane, la giapetica dal Re maturo, la camitica
rappresentata dal Re moro. Tale simbolismo, oltre a
dimostrare la partecipazione Universale alla Redenzione,
non finisce qui : i tre Re, di età diversa ,
rappresenterebbero le età dell’uomo, i tre doni che
essi portano, testimonierebbero, la regalità (l’oro),
la divinità (l’incenso), l’umanità ( la mirra )
del Divino Bambino . Interessante sarà anche
osservare che dal III-IV secolo fino al XIII , non poche
rappresentazioni della Natività in bassorilievo
esistenti in Italia presentano la Vergine distesa
accanto al Bambino poggiato nella mangiatoia e
costituiscono perciò una testimonianza dell’influenza
esercitata , specie, nell’Italia mediterranea per
diversi secoli dalla Chiesa di Oriente.
Infatti, in seguito alle polemiche della Chiesa di
Antiochia e quella di Alessandria, cioè tra Nestorio il
quale, tenendo distinte le due nature, divina ed umana
di Cristo, sosteneva che Maria era Madre di Gesù-uomo e
non di Gesù-Dio, e Cirillo, il quale, insisteva sulla
divinità di Maria, ,risultò, in un primo momento,
vincente la tesi di Nestorio che, per quanto
solennemente condannata nel concilio di Efeso del 431,
influenzò ancora per lunghi secoli i Paesi del Medio e
lontano Oriente. Solo dopo il XIII secolo, con
l’affermarsi del culto Mariano, per le elaborazioni
teologiche di S.Tommaso e di S.Bonaventura, si ritenne
che il parto della Vergine non poteva essere
rappresentato come quello di una comune mortale :
da allora Maria e Giuseppe vennero rappresentati in
ginocchio, adoranti, mentre scomparivano dalle
rappresentazioni anche le levatrici, la nutrice, Eva, la
Sibilla, personaggi che avevano trovato spazio in tali
raffigurazioni (vedi Sarcofago di Adelphia e Valerio del
III e VI secolo a Siracusa ; il presepe di avorio
della Cattedrale di Massimiano (546) a Ravenna ; il
presepe scolpito nel 1268 da Niccolò Pisano sul pulpito
del Duomo di Siena). Sin dai primi secoli dell’era
cristiana dunque, la nascita di Gesù, evento centrale
della redenzione del genere umano, fu raffigurata a
mezzo di affreschi, bassorilievi e incisioni su pareti,
sarcofaghi e formelle, inseriti in edifici del culto.
Tali testimonianze, numerosissime ed anche molto
interessanti perché l’evoluzione della loro
iconografia interesserà anche lo sviluppo del presepe,
non possono essere considerate presepi. Nel corso dei
secoli il termine presepe (oppure presepio dal latino”praesepe-praesepis”
oppure “praesepium-praesepii” = greppia, mangiatoia
e, in seguito, per traslato, stalla, grotta) è stato
attribuito via via soltanto alle rappresentazioni
plastiche a tutto tondo, sia della sola scena della
Natività, sia a quelle alle quali, sono state aggiunte
altre scene quali l’Adorazione dei pastori,
l’Adorazione dei Magi, L’Annuncio ai pastori etc...
E’ infatti, fin dall’alto Medioevo , nelle Chiese e
nelle Confraternite venivano allestite sotto forma di
sacre-rappresentazioni, i vari episodi del ciclo :
è dunque probabile che da esse si sia passati a
rappresentazioni con figure scolpite. Ma nessun reperto
di testimonianza scritta ci è giunta di opere a tutto
tondo della Natività fino alla metà del XIII secolo.
D’altra parte una sorta di embrione del presepe può
essere individuata nelle “ tettoie” in legno rette
da tronchi di albero che già Papa Liberio (352- 355)
fece erigere a Roma nella, Basilica detta appunto , ma
per altra motivazione, “S S.MARIA ad praesepe” e che
oggi è nota come S. Maria Maggiore. Dunque una tettoia
retta da tronchi d’albero, quasi lo schema essenziale
di una stalla, posta davanti ad un altare presso il
quale, il 24 dicembre di ogni anno veniva celebrata la
Messa di mezzanotte. Altre “tettoie” furono erette
in altre Chiese a Roma (S. Maria in Trastevere), a
Napoli nella Chiesa di S. Maria della Rotonda, e
certamente in altre Chiese di altre città. Si sa pure
che Papa Gregorio II ( 731-734) fece sistemare sotto la
tettoia di S. Maria Maggiore una statua d’oro della
Madonna con il Bambino e che anche in altre chiese
furono collocati sotto tali tettoie pitture o statue che
ricordavano il Sacro Evento E’ tradizione, solo
poeticamente e devozionalmente accettabile, che sia
stato S. Francesco che “inventò” il presepe nella
Santa notte di Greccio del 1223. In realtà, come è
evidente per quanto detto finora, il presepe non ha una
precisa data di “nascita”, ma si è andato formando
attraverso vari usi, tradizioni, costumi, addobbi,
pitture nelle chiese e nelle sacre rappresentazioni.
Il primo presepe con personaggi a tutto tondo è del
1283 e fu scolpito, su committenza di Papa Onofrio IV
nel 1283. E’ un opera poderosa della quale rimangono,
certamente scolpite da Arnolfo, soltanto cinque statue.
Il miracolo di Greccio ebbre certamente grande risonanza
e potrebbe aver stimolato l’allestimento di presepi
perché fuor di dubbio che l’Ordine Francescano fu il
primo a favorirne la diffusione . A Napoli, dove i
Francescani furono protetti dagli Angioini e fondarono
conventi, un presepe che per ora cronologicamente è il
secondo, fu quello donato dalla Regina Sancia nel 1340
alle Clarisse per la loro Chiesa appena costruita. Di
tale presepe, a figure staccate, in legno, dipinte e
miniate con motivi geometrici coevi, è giunta a noi
soltanto la Madonna giacente (Museo di S. Martino
Napoli). Di un altro presepe, successivo soltanto di
pochi decenni, rimangono cinque figure staccate, a
grandezza naturale, in legno, che recano la data del
1370 e che, intagliate da anonimi artisti bolognesi,
furono poi splendidamente decorate da tal Simone de’Crocifissi.
Esse sono custodite a Bologna.
Nella prima metà del ‘500 mentre si intravedono segni
forieri di movimenti riformistici della cristianità, si
verificò in tutta Italia un’intensa e artisticamente
valida produzione di presepi, quasi tutti per chiesa. In
Piemonte ed in Lombardia sacre rappresentazioni con
statue in pietra a grandezza naturale e con scenografia
saranno costruite nei Sacri Monti di Varallo e di
Varese. Nel Duomo di Modena esiste tuttora il bellissimo
presepe in terracotta di Antonio Begarelli (1527), oltre
quello di Guido Mazzoni, detto “Il presepe della
pappa”. Nelle Marche, a Piobbico (Urbino) e in Urbino
stessa, sono custoditi due splendidi presepi dello
scultore Federico Brandani. A Faenza, in quello stesso
periodo, vennero creati, tra l’altro, “calamai a
presepe” in ceramica colorata. A Leonessa (Rieti)
“figulini” abruzzesi plasmarono un monumentale
presepe con 26 statue, animali e cavalli, mentre in
Puglia , ad opera dello scultore Stefano da Putignano,
sorsero in chiese di varie località presepi con statue
scolpite in pietra, ambientati in grotte costruite con
rocce naturali e che costituiscono le uniche
“scenografie”, alquanto simili tra loro , giunte
fino a noi.
A Napoli la produzione della statuaria presepiale fu
intensa e richiesta per chiese e per committenti anche
spagnoli, ma oltre il presepe donato alle Clarisse dalla
Regina Sancia, nel 1340 del quale, come detto innanzi,
si conserva, tuttora, soltanto la Madonna giacente,
nulla è giunto fino a noi.
L’arrivo a Napoli di Pietro e Giovanni Alemanno,
originari dell’Italia del nord darà particolari
impulso alla plastica lignaria presepiale. Molte furono
le chiese per le quali Pietro, il padre, personalità
artistica di notevole spessore, il figlio Giovanni e
numerosi collaboratori scolpirono presepi completi
costituiti da numerose figure. Il più antico fu
scolpito nel 1478 per la Chiesa di S. Giovanni
Carbonara. Le statue erano quarantuno, a grandezza quasi
naturale dipinte da tal Francesco Fiore, erano disposte
in un ampia e complessa scenografia (delle quali come di
tutte le scenografie di presepi anche dei secoli
successivi nulla è rimasto ed è possibile solo
formularne ipotesi). Le statue giunte ai nostri tempi
sono dodici e l’immagine dell’angelo soffiante di
questo più antico presepe giunto ai nostri giorni è
stato significativamente scelto dagli “ Amici del
presepe di Napoli” come “logotipo” della Sezione.
Altro presepe dell’epoca e quello del Belverte tuttora
parzialmente visibile nella Basilica di San Domenico
Maggiore in Napoli .
Siamo, ora , in periodo rinascimentale e, primo tra
tutti ricorderemo il presepe (1475) dello scultore
Antonio Rossellino, custodito a Napoli nella Chiesa di
S. Anna dei Lombardi. Si tratta di un vero gioiello: un
altorilievo in candido marmo nel quale le figure si
stagliano quasi a tutto tondo su uno sfondo-scenografia,
ugualmente in marmo. La Madonna soavemente adorante, S.
Giuseppe e gli stessi animali sono interpretati in
atteggiamento naturale, non convenzionale.
Tra la fine del ‘400 e i primi decenni del secolo
successivo lo scultore rinascimentale Giovanni
Marigliano (1480-1558) più noto come Giovanni da Nola ,
tenne il primato a Napoli con la sua scuola di scultura.
Eseguì in marmo statue, monumenti per vicerè, principi
e nobili, per numerose chiese e per importanti edifici
pubblici della città, opere tuttora visibili. Intagliò
nel legno splendidi presepi anche con elementi
paesistici (dei quali, nulla è rimasto), con statue
lignee policrome, a grandezza naturale. Tuttora, nella
chiesa di S. Maria del Parto a Margellina si possono
ammirare cinque statue residue del presepe
commissionatogli da Jacopo Sannazaro in occasione della
pubblicazione del suo poema in latino : “De partu
Virginis”.E’ tradizione che S. Gaetano da Thiene,
fondatore dell’Ordine dei Chierici Teatini, venuto a
Napoli nel 1534, abbia nutrito un vero culto per il
presepe e che, anche se non ne esiste alcuna
testimonianza scritta, vi abbia introdotto personaggi
abbigliati secondo gli usi del tempo.
Alla fine del ‘500, in pieno clima controriformistico,
Teatini, Francecani, Gesuiti e , poco dopo gli Scolopi,
al fine di alimentare ed incrementare sempre più la
fede, la pietà popolare, favorirono la diffusione del
presepe. Si sa che i monasteri femminili fecero a gara
per possedere il più bel presepe: le statue erano in
legno, con occhi di vetro ma di grandezza di poco
inferiore a quella solita.
Si sviluppa, cosi’ il presepe barocco che fu detto
anche mobile perché veniva smontato e ricostruito ogni
anno. Le monumentali statue a tutto tondo furono
sostituiti da manichini in legno, anch’essi scolpiti
da valenti artisti; i giunti a snodo consentivano di
atteggiarli in vario modo, le statue erano di altezza
inferiore, avevano parrucche, occhi di vetro, parti nude
policromate, abiti.
In realtà il manichino in legno articolabile, era nato
in Germania e furono i Gesuiti che, nel 1560 a Praga
soltanto con una Natività e a Monaco di Baviera, nella
Chiesa di S. Michele, nel 1605 con un intero complesso
presepiale, diedero l’avvio a questo nuovo tipo di
presepe. A tal proposito sarà utile aggiungere che i
presepi dei Gesuiti erano concepiti in chiave didattico
-liturgica perché erano poliscenici e riportavano
diverse tappe della narrazione evangelica.
Sono pervenute ai nostri giorni soltanto notizie intorno
alla scenografia di tali presepi. Essa divenne un
elemento importantissimo, tenne sempre più conto di
problemi inerenti la prospettiva, l’illuminazione per
la quale si ricorreva a lampade, specchi e lamiere che,
abilmente disposti o celati da finti damaschi,
presentavano il presepe come una scena teatrale.
Oltre ai personaggi tradizionali comparvero gradualmente
scene o spunti laici che nulla avevano in comune col
sacro Evento: il mercato, la fontana, il cascinale, la
taverna....Sono evidenti, dunque, i caratteri del
barocco imperante: spettacolarità, senso del movimento,
tendenza al naturalismo, che rappresentavano la realtà
circostante e, più che ai canoni liturgici e delle
opere sacre, si ispiravano a quelli estetici del tempo.
Innumerevoli furono gli scultori di importanti monumenti
e statue di carattere civile e che si dedicarono anche
alla scultura in legno di tali manichini : Pietro
Ceraso, Giuseppe Picano, Domenico Di Nardo, Giacomo
Colombo. Essi furono gli autori di un famoso presepe, a
manichini a grandezza umana, che pare fosse stato donato
dalla duchessa Orsini alla Chiesa di S.Maria in Portico.
Si tratta dell’unico presepe completo, a manichini,
giunto fino ai nostri giorni, anche se purtroppo i
manichini sono stati in vario modo e tempi rimaneggiati.
E’ custodito nel Museo della Chiesa di S. Lorenzo
Maggiore.
Il presepe barocco napoletano diede notevole impulso al
presepe ligure per l’attività svolta a Genova dal
napoletano Giacomo Colombo che vi si era trasferito. E
ciò avvenne anche in Puglia e in Sicilia dove il
presepe diventò “ mobile” con statue di misura
ridotta, in terracotta, cartapesta, creta- cartapesta, o
, addirittura, in materiali preziosi (in Sicilia:
corallo, oro ).
Verso la fine del XVII secolo l’artista napoletano
Michele Perrone, spinto dalla necessità di soddisfare
una richiesta via via più numerosa ed estesa, ideò un
manichino di altezza inferiore a quelli a snodo, con
l’anima in filo di ferro dolce e ricoperto di stoppa e
per il quale erano scolpiti in legno soltanto la testa e
gli arti. Fu una innovazione importantissima perché ,
consentendo estrema mobilità e duttilità di
atteggiamenti a ciascuna figura, conferiva veridicità,
naturalezza alla scena di cui faceva parte e creava
l’avvio al presepe rococò.
Furono le istanze rococò, il teatro, in particolare
l’opera buffa, il realismo ed anche la moda e le
spinte culturali del tempo, le molte componenti del
presepe napoletano del settecento. La teatralità, già
elemento essenziale del presepe barocco, diventò
massima per l’estrema flessuosità del manichino di
ferro e stoppa, per la tendenza a riprodurre nella
scenografia e nelle scene, Napoli con le sue piazze, il
suo mercato, i suoi concertini all’aperto, le sue
taverne.
Il ‘700 fu il secolo d’oro dell’arte del presepe.
Napoli , ridivenuta capitale di un Regno, in quello che
fu il secolo dei lumi per il fiorire delle arti, della
filosofia, dell’economia, del diritto, della cultura,
fu una delle città europee più brillanti e proprio
mentre l’illuminismo cercava di abbattere tutti i
principi cristiani, fiorì l’arte del presepe, che,
però , si è completamente laicizzato , essendosi
arricchito di personaggi ed elementi che nulla o quasi
hanno in comune con la sacra scena.
Il gruppo del Mistero viene ambientato in una grotta
arricchita da resti in rovina di un tempio pagano, i
personaggi indossano i costumi delle province del regno,
siano essi mandriani, contadini, miseri, patrizi. Il
presepe diventa specchio della vita quotidiana, con le
miserie del popolo minuto e il fasto e lo splendore
della nobiltà, l’arte supera, travalica la
rappresentazione del mistero come era avvenuto fino a
quel momento e anche le altre scene del complesso
presepiale presentano mescolanze di sacro e di profano,
confusione di epoche, intrusione di elementi esotici,
simbolismo più o meno palese. Come il tempio in rovina
accanto alla grotta, eco delle scoperte archeologiche
del momento, starebbe ad indicare il trionfo del
cristianesimo sul paganesimo, accanto agli Angeli che
annunziano agli umili la nascita del Signore che li
riscatterà dall’antico servaggio, vi sono gli ori, lo
sfarzo delle vesti dei Magi, del loro seguito, della
nobiltà.
Ciò poté avvenire grazie al rigoglioso fiorire di
scultori quali G. Sammartino, e Lorenzo Vaccaro e di
tanti altri quali L. Mosca, F. Celebrano, M. Bottiglieri,
gli Ingaldi, N. Vassallo, solo per citarne alcuni, i
quali, oltre che ad opere monumentali in marmo o
materiali nobili per chiese ed edifici pubblici, non
disdegnarono di scolpire nel legno o modellare in crete
testine di pastori.
L’arte presepiale dette vita a sua volta, ad un
vivace, diversificato artigianato. Accanto al lavoro
creativo dei “maestri” nelle botteghe dove
collaboravano allievi ed operai, ferveva l’operosità
di artigiani specializzati: setifici con telai
particolari, sarti, falegnami, cesellatori, argentieri,
bardatori, ecc.
Fu il presepe napoletano del ‘700 secondo la
definizione dello studioso Raffaello Causa, nel suo
“IL PRESEPE CORTESE” : “....voce tipica della
cultura artistica nella Napoli del ‘700.....il presepe
che diremo “cortese” per differenziarlo dal vecchio
presepe di chiesa... si rivela esperienza mondana,
sostanzialmente disincantata e laica, giuoco alla moda
della corte, dell’aristocrazia , dei ricchi borghesi..
disimpegno d’elite di cui si attendeva nelle ore
sfaccendate del giorno..”. Ed appunto con il tramonto
di questa società tanto raffinata e dal gusto bizzarro
la favola del presepe settecentesco si conclude.
Con l’ascesa progressiva della borghesia, che sarà
sempre più folta ed attiva, nacque, il pastore di
terracotta, di varia qualità e misura, accessibile a
tutte le borse ed in proporzione con scenografie dalle
dimensioni sempre più ridotte. Il presepe , specchio
della vita quotidiana, presenta ora una vita pullulante
di interessi e di mestieri.
Quanto al carattere peculiare del presepe di oggi,
occorre osservare che prevale la tendenza ad ispirarsi
al ‘700 come al secolo d’oro del presepe
(scenografia, pastori, animali, accessori. ),
espressione del “bello” tout-court ; l’800
con la sua scenografia, specchio di una vita più reale
e con i suoi pastori di terracotta ha numerosi seguaci,
attenti particolarmente agli usi, mestieri, utensili,
ora .....tramontati. Anche i “moderni” presepi in
miniatura, i minipresepi, popolati da pastorini di
qualche centimetro (= moschelle), ispirano eccellenti
artisti ed artigiani d’arte e godono di particolari
favori.
Nel corso del nostro secolo, segnato dalla tragedia di
due conflitti mondiali, il presepe ha attraversato
momenti di sopito interesse. Da circa trentanni sta
vivendo un periodo particolarmente felice sia per
l’attività di abili, fantasiosi artisti, artigiani,
hobbysti, sia per l’interesse di collezionisti, di
appassionati, di simpatizzanti, di folle di amanti del
presepe che ogni anno in dicembre rinnovano l’antico
rito di “andar per presepi”.
(fonte: Anna Aschettino da www.presepenapoletano.it)
L'ARTE POPOLARE DEL PRESEPIO NELLA TRADIZIONE DI TESERO
I presepi, vecchi e recenti, e la
collezione di pezzi legati alla Natività che figurano
nella presente mostra, documentano e testimoniano una
tradizione profondamente radicata nel paese del Tesero,
tuttora viva e sentita.
Non si può stabilire con esattezza quando si sia
affermata l'usanza di costruire il presepio nelle case,
ma è certo che si tratta di un costume antico, legato
alle particolari condizione ambientali, alla cultura,
alle attività ed al gusto creativo della gente del
posto.
Tesero è un paese di montagna, situato a mille metri di
quota al centro della Val di Fiemme nel Trentino nord -
orientale, e in questo piccolo mondo, che in passato non
aveva facili e frequenti contatti con l'esterno, la vita
si svolse pressoché immutata per secoli, seguendo il
ritmo delle stagioni. La ricchezza dei boschi di
conifere che rivestono i fianchi della valle, favorì
presto lo sviluppo di varie attività legate alla
lavorazione del legno e ad esse si dedicavano in larga
misura gli uomini, integrando i magri proventi con la
pratica di una povera agricoltura di pura sussistenza e
con l'allevamento, lavori in cui erano aiutati e spesso
sostituiti dalle donne e dai bambini. Erano numerosi
infatti i segantini che in primavera lasciavano il paese
per recarsi sulle segherie dell'Alto Adige e del
Trentino e tornavano a casa nel tardo autunno. Il
livello culturale della gente era modesto, ma tutti
avevano una chiara conoscenza dei principali avvenimenti
narrati nella Bibbia ed in particolare dei fatti
riguardanti la vita di Gesù e della Madonna, perché
l'istruzione religiosa era tenuta in grande
considerazione, e questi argomenti, oltre ad essere
trattati in chiesa e più tardi nella scuola, venivano
sfruttati spesso anche in casa, accanto alle fiabe ed
alle leggende, come oggetto di racconto ai piccoli, ed
erano richiamati quotidianamente nella recita serale del
rosario.
Le feste religiose erano celebrate con solennità, ma
quella di Natale aveva un rilievo ed un sapore
particolari, perché, oltre a portare un messaggio di
pace e di speranza, ricordava un evento, quello della
nascita, che era di per sé motivo di trepidazione e di
gioia in ogni famiglia.
Ecco dunque che questa ricorrenza, anzi l'intero ciclo
natalizio era atteso con ansia e, complice la stagione
fredda che costringeva al chiuso, era sentita come la più
grande festa familiare dell'anno, a cui tutti erano
chiamati a partecipare nella casa, compresi gli animali
della stalla, sui quali in quei giorni si invocava la
benedizione del "dolce Bambin Gesù". Ed a
sottolineare l'importanza ed il significato non poteva
mancare un segno visibile e tangibile di immediata
comprensione: la riproduzione plastica della scena della
Natività, il "presepio".
Fin dall'autunno non pochi fra i segantini, i falegnami
ed altri artigiani si improvvisavano scultori e nel
tempo libero, con attrezzi semplici, ma funzionali -
sgorbie, scalpelli, succhielli - lavoravano il legno del
cembro, un'essenza facilmente reperibile in zona e
particolarmente adatta all'intaglio, per ricavarne con
infinita pazienza le figure. Nella realizzazione delle
piccole statue seguivano le indicazioni offerte dal
racconto evangelico e ricorrevano ai modelli offerti
dall'esperienza quotidiana, che non era avara né di
pastori né di animali, affidandosi per il resto alla
fantasia ed a quel gusto creativo che è una
caratteristica del posto. Spesso i pezzi meglio riusciti
venivano riprodotti più volte dallo stesso autore o da
autori diversi. Le figure venivano poi dipinte e riposte
in attesa del Natale.
Alcuni giorni prima, della "stüa", la stanza
di soggiorno rivestita di legno, aveva inizio
l'allestimento del presepio. Si predisponeva allo scopo
un tavolazzo rialzato, a volte di ampia superficie, che
veniva ricoperto di muschio; al centro si collocava la
capanna, costruita il più delle volte con scorza
d'albero, e poi si distribuivano con religiosa cura le
figure: il Bambino, Maria e Giuseppe, il bue e
l'asinello nella stalla e tutt'intorno i pastori e le
pecore. Non mancavano talvolta altri personaggi, ma di
norma la composizione era semplice ed essenziale. Alla
vigilia dell'epifania venivano aggiunte le figure dei
Magi, che secondo la tradizione dovevano essere tre -
Gaspare, Melchiorre e Baldassarre -, di razza e colore
diverso, con il loro seguito di cavalli, cammelli ed
elefanti, nella creazione dei quali gli autori davano
sfogo alla loro fervida immaginazione.
In qualche caso al presepio vero e proprio facevano
cornice altri gruppi che rappresentavano scene
dell'infanzia di Cristo, come la presentazione al
tempio, la strage degli innocenti, la fuga in Egitto, la
Sacra Famiglia.
Durante le feste natalizie grandi e piccoli passavano di
casa in casa ad ammirare i presepi, tutti uguali eppure
tutti diversi, motivo ogni anno di curiosità e
d'interesse e stimolo ad un continuo rinnovamento nel
solco di una costante tradizione.
Passata l'Epifania, "che tutte le feste porta
via", le statue venivano riposte e le strutture
smantellate in attesa del prossimo Natale.
Considerando la composizione dei presepi di Tesero e
confrontando i vari pezzi della collezione alla luce di
quanto si è detto, seppure in modo succinto ed
incompleto, riguardo all'ambiente che li ha prodotti ed
ai fini per cui venivano realizzati, può risultare
facile la comprensione del loro valore e significato e
l'individuazione delle caratteristiche peculiari che li
contraddistinguono.
Non può, ad esempio, sfuggire il risalto che viene dato
alla scena della Natività: essa è posta al centro e le
statue , spesso meglio rifinite, rispettano sempre,
anche nei costumi e nella disposizione, il racconto
evangelico. È questo il cuore dell'opera, il motivo
principale che la giustifica agli occhi dell'autore e
dei fruitori e che rivela il fine prevalentemente
pratico del presepio.
La altre figure sono intese come elementi di contorno e
di supporto e in genere si armonizzano con la Nascita in
un'atmosfera pacata e raccolta. Nello stesso tempo però
e proprio in queste ultime che gli umili scultori danno
libero sfogo al loro estro creativo, raggiungendo
talvolta validi risultati sul piano estetico ed
espressivo, pur non disponendo di quell'abilità tecnica
che solo una scuola e una pratica assidua possono dare.
Non mancano neppure le note di colore, seppure sobrie e
contenute, che sono date dalle figure, dai costumi e
dagli ornamenti dei Magi e del loro corteggio e, nei
presepi più antichi che si conservano, risalenti al
tardo Settecento ed all'inizio dell'Ottocento,
dall'abbigliamento dei pastori presentati
realisticamente nei costumi dell'epoca.
Nei presepi posteriori si avverte l'esigenza di una
maggiore fedeltà storica ed anche i pastori vengono
raffigurati in foggia orientale, mentre la scenografia
è più curata con attenzione al rilievo ed allo sfondo.
La tipologia, però, non muta, come non muta nei più
recenti di cui la collezione presenta alcuni esemplari,
opera di artisti locali. La fattura rivela senza
difficoltà la mano esperta dello scultore di
professione ed anche il fine estetico, oltre che pratico
dei manufatti; ma in essi troviamo confermati ed
esaltati i caratteri tradizionali. E nell'espressione
dei loro personaggi si legge ancora una volta l'estatico
stupore di fronte al mistero della vita e della
Redenzione che gli oscuri artigiani del passato hanno
fissato con immediata espressione sul volto delle loro
modeste statuine di legno dipinto.
(fonte: Paolo Deflorian da www.presepenapoletano.it)
FEDE E CULTURA LAICA NEL PRESEPE NAPOLETANO DEL ‘700.
In una
città, dove la costanza di applicarsi allo stesso tema,
certo, non era di casa ; tra il finire del seicento
e il primo ventennio dell’ottocento, si manifestò un
fenomeno anomalo, un avvenimento senza altri riscontri
nella storia di questo popolo. In un crescendo di
espressione e qualità formale, che toccò l’apice tra
il terzo e quarto ventennio del XVIII secolo, i
napoletani di tutte le estrazioni sociali, allestivano
presepi. E là, dove le condizioni economiche e
l’impegno culturale esisteva, vennero costruiti
complessi di tale interesse e pregio artistico, da
essere riferiti dalle cronache del tempo, e annotati
negli scritti dei viaggiatori stranieri che visitarono
Napoli nel ‘700.
Perché tanta perseveranza ? Perché la
rappresentazione plastica di questo evento religioso,
messa in opera in tutto il mondo cattolico, si radicò e
fiorì per un si lungo tempo ? Iniziamo col dire
che questa costanza poteva sussistere e continuare solo
se la spinta, la forza scatenante era genuina, e quale
stimolo se non la fede, poteva esserne il vero impulso ?
La partecipazione alla nascita del Sacro Bambino era di
tale intensità e così profondamente sentita che il
desiderio di testimoniarne il momento metteva da parte
l’ordine temporale degli eventi, ne sconvolgeva la
logica, e non esitava a rappresentare " Il
Mistero" nell’attualità della propria epoca, nel
familiare paesaggio, tra la gente conosciuta e che si
riconosceva nelle piccole figure vestite a festa, nel
sogno diventato materia, nella visione globale di
apparente realtà. Quale altra energia esisteva, per
apportare nel presepe tanta verità ? quale potenza
fiancheggiava la fede ?
Analizzando attentamente il tempo e l’ambiente dove
gli eventi andavano a maturarsi, è utile ricordare che
cresceva nell’uomo del ‘700 una sete di conoscenza,
una autonomia di pensiero, una libertà di espressione,
una curiosità di indagare la natura e la personalità
dei propri simili.
Quindi, allo scenario rococò, condizionato dalle classi
dominanti (stato, clero, e nobiltà), andava ad opporsi
un segno ben diverso : il credo della borghesia. E
stranamente, questa ostinazione a dissipare le tenebre,
trovava a Napoli, nel fare i grandi presepi, terreno
adatto alla semina. Come?
Certamente senza consapevolezza, inconsciamente,
comunque quanto una possibile occasione di liberare la
propria creatività, nel dare dimensione ad un magistero
plastico teso alla rappresentazione del vero,
minuziosamente descritto sia nelle vedute ispirate al
reale, che in quelle di fantasia ; in complessità
di paesaggi e di edifici restituiti con le loro vicende
di piani, spigoli, di scorci; in una cronaca
dell’ambiente resa con impeccabile verosimiglianza
prospettica, allo scopo di stimolarne la spazialità. E
i documenti atti ad avvalorare questa tesi esistono,
sono le cronache e i manoscritti redatti nel ‘700.
Sebbene di autori di diverse nazionalità, scritte
nell’arco di cent’anni, con pareri ora lusinghieri
ora denigratori (del presepe napoletano come genere);
tutte le lettere hanno un denominatore comune:
condividono il giudizio positivo di bontà, e resa
ottica delle prospettive. Pareri che a rileggerli hanno
un chiaro e inequivocabile riferimento diretto alle
manifestazioni figurative del secolo.
Il presepe risentiva fortemente il "movimento del
pensiero che tende a far chiaro", e nel quadro
profondamente innovativo che andava sempre più
affermandosi, volgeva la sua attenzione alla natura, e
alla rappresentazione del vero, partecipando a stagioni
immediate e documentarie, per valorizzare le realtà
attuali sentite come parti integranti di un complesso
mondo spirituale, cui l’artista partecipava
direttamente.
E infatti, non a caso, il regista, il direttore del
presepe era, quasi sempre, un borghese pittore o
architetto ; comunque una personalità di cultura
permeata dalla luce del secolo. Lume che,
nell’ambiente napoletano, risultava opportunamente
temperato da una salda coscienza storica e religiosa.
L’opera presepiale, nella sua complessità, non
esauriva con la crescente attenzione verso il paesaggio,
con la valorizzazione del reale, e con al cronaca di
attualità, il suo contributo al movimento illuminista;
vi aderiva ulteriormente con il più concreto e
imponente catalogo plastico dell’epoca: dai prodotti
della terra e del mare nostro (proposti in cera e
terracotta policromata), ai manufatti, ai gioielli, agli
strumenti musicali, alle armi, ed agli attrezzi della
quotidianità (riprodotti in scala, nei materiali e
nelle essenze originali); tutti degni di gareggiare, per
la loro sterminata e completa tipologia, con le curiosità
dell’Enciclopedia di Dideròt e D’Alembert, data
alle stampe dal 1751.
Anche l’animalistica , resa in palpitanti modelli
anatomici, spingeva la sua indagine a particolari
momenti di vita e costituiva per quantità di specie e
varietà di razze, una completa raccolta zoologica di
animali domestici, arricchita ulteriormente da una vasta
rappresentanza di bestie esotiche.
Nel crescendo di riflessioni verso la natura, non poteva
mancare l’interesse per i valori individuali, e i
sentimenti umani. Per il presepe, il più grande
scultore del ‘700 napoletano, traduceva questi pregi
in raffigurazioni plastiche, lasciandoci prove
inequivocabili, singole opere d’arte cariche di
tensioni, capaci di esprimere stati d’animo, passioni.
E se i pastori di Giuseppe Sanmartino trovavano
riscontro nel pensiero illuminista, non di meno questa
aderenza era rilevabile nelle testine plasmate da Nicola
Somma, Francesco Celebrano, Salvatore Franco e Lorenzo
Mosca che, diversamente dal Maestro, volgevano la loro
attenzione agli aspetti esteriori dell’uomo, allo
studio della fisiognomica.
Sul volgere del secolo, il carattere illuminato andava
spegnendosi, l’energia trainante si esauriva, e della
macchina scenica rimaneva il ricordo; nostalgiche,
successive, quanto ripetitive edizioni del passato. Le
mutate condizioni politiche e sociali avevano
indirettamente avviato il presepe su un percorso diverso ;
ferma ai costumi e all’ambiente settecentesco,
incapace di adeguarsi ai tempi, e non costituendo più
l’allestimento, una profonda esigenza interiore
l’opera, quel certo tipo di opera d’arte, cessava di
esistere.
Il presepe napoletano del secolo d’oro, ricco di fede
e di cultura laica, carico di simboli religiosi e di
raffinate citazioni pittoriche, spesso confuso con altri
allestimenti coevi e di fattura ottocentesca, cambiava
spirito e iniziava a percorrere quella strada, quella
deviazione già da tempo esistente che privilegiava il
genere popolare, e la parodia. La crescita abnorme della
"scena della taverna" (spettacolo dominante,
centro fascinoso e ammaliatore, decisamente fuorviante
la scelta del presepe) e il proliferare di figure
affaccendate nel fare il proprio mestiere e vendere,
vendere di tutto, tutto il pensabile e
l’inimmaginabile, distoglievano l’attenzione dovuta
alla "Sacra Famiglia", relegandola
(delimitandone lo spazio). Questo corso diventava il
favorito, e rompeva con il proprio incedere, l’unicità,
la compattezza, la concettualità della grande macchina
scenica, e si rivelava sempre più vicino al gusto delle
masse, inclini al piacere per l’episodio, al
riferimento di costume; evidenziando la mancanza di una
regia sentita e motivata, capace di gestire la
difficoltosa, polimaterica esistenza di paesaggi,
pastori, e accessori; per mettere sempre più da parte
quello che era stato il fulcro, la ragione unica di
tanto allestimento: "Il Mistero"; che
diventava oggettivamente, mero pretesto per tanta
ostentazione.
Furono le idee giacobine dei francesi? Le rappresaglie
del restaurato regno borbonico? O l’avvento di una
nuova generazione di presepisti di limitata cultura e
poca fede? Resta il fatto che i presepi non vennero più
allestiti, e se pur vennero costruiti, avevano perduto
quella marcia in più, quella spinta, che li aveva visti
protagonisti nel ‘700 a Napoli.
Di questi grandi complessi non esiste nessuna immagine a
ricordarli; le poche scarabattole e le campane di vetro
(ancora integre del loro contenuto), non hanno per
concezione e specificità d’uso, i riferimenti
spaziali necessari alle macchine sceniche presepiali
settecentesche. Tantomeno queste esaltazioni
prospettiche sono rilevabili nel "forse"
presepe Sdanghi conservato al Bayerisches National
Museum di Monaco. Anche il "tardo" presepe
Reale allestito nel 1844 nella Reggia di Caserta non
possedeva qualità spaziali e partecipazione, come si può
facilmente rilevare dalla lettura delle quattro tempere
del Fergola a testimonianza ( ? ) dell’evento. La
documentazione fotografica della seconda metà
dell’ottocento e dell’inizio del novecento, illustra
allestimenti alquanto banali, mentre risulta
storicamente interessante per il paesaggio di mano dei
pastori. Di segno inverso a tale iconografia, risulta
infruttuosa per la ricerca di aderenze al pensiero
illuminato, è il presepe Cuciniello. Messo in opera tra
il 1887 e il 1889 nel Museo di San Martino (prescindendo
dalle ragioni relative alla sua installazione, e il
fuori tempo di almeno cento anni); credo, possa essere
considerato un esempio, l’unico riferimento valido al
carattere della grande stagione presepiale
settecentesca. Supportano questa tesi: le ampie e
ingannevoli prospettive; le scelte tipologie e i legami
tra i pastori - attori; e la corale partecipazione del
collettivo (ambiente e figur ), al non accantonato
"Mistero".
L’opportunità di utilizzare figure presepiali vecchie
di centinaia d’anni, è una discutibile operazione
artistica; proprio per l’unione di due concezioni
tanto distanti tra loro: i pastori, ideati e costruiti
in una data epoca e sotto l’influsso di quel
determinato pensiero; e la scenografia, realizzata in un
momento decisamente diverso che non riflette le idee del
proprio tempo, e si conforma (attuando un prodotto di
maniera), a una passata, esausta corrente espressiva.
Posizione discutibile, se vista in questo momento di
transizione, dove la manipolazione del componimento
artistico di autori del passato è sempre più attuata,
favorendo un processo che vanifica la stessa concezione
storica dell’opera d’arte.
Al di la di questa o quell’altra posizione critica,
esiste ugualmente la massima libertà di fare e disfare;
quindi, se un collezionista vuole impiegare la sua
raccolta di figure per allestire il presepe, se desidera
togliere dal forzato esilio in teche e vetrine i
pastori, gli animali, e le tante piccole cose accessorie
per dare forma al suo disegno, sarà, sotto certi
aspetti un’operazione antistorica. Comunque.......
Ripetere quell’esperienza lontana è una impresa
notevole, coraggiosa, e certo di non facile
realizzazione. Una costruzione di grandi dimensioni da
tenere ferma lì, fissa , sempre presente, premette
valutazioni e scelte sicure, senza ripensamenti. Così,
volendo riprovarci, come accadeva nel secolo d’oro,
ancora oggi alle soglie del duemila, è indispensabile
(se la concezione del "masso" non è dello
stesso collezionista), l’incontro di due precise
personalità: committente e regista. La consapevolezza
di affidare l’esecuzione del progetto e la relativa
edificazione, senza intromissioni, a una individualità
eclettica, sospesa tra arte e mestiere, praticante la
pittura, la scenografia, il teatro, e, non ultima,
l’effettiva capacità organizzativa di amalgamare la
complicata, molteplice realtà delle partecipazioni, per
un’unica lettura d’insieme; è la necessaria
premessa per la riuscita del lavoro.
(fonte: Prof. Giuseppe Gaeta da www.presepenapoletano.it)



